Ameo'e altrimenti

Le Domande di Bambù

L’incontranza

Somiglia a se stessa, già è molto.
Un se stesso preoccupante ( di per sé )
l’ha stretta a me, la sua anemica
pasqua
non ha amici e tanto meno ne fa a meno.
 
Però la vedo, ogni tanto per incontro
con quel sogno svenato
che mi trae
coraggio
e la massacro a morte. A morsi anche Eva
amava
ma l’odio sventra la vita, del torsolo ne fa torte.
Da morta, già è molto.

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La luna pastello

Com’è che si disegna la notte
come vuole
e la sogniamo storti appesi
alle sue dita
 
non direi l’umile pensiero
che resta ciondolante a far di pastello
se non per rovistare tra il senso chiaro
e la giusta opposizione mortale
dozzinale
di una sorte giovane
 
che  mostro che sei, così sola.
 
Come stanno le cose su questa faccia
flaccida terra, aspetto.
E lontano avevo spinto la cornice
larga manica
di nascosto ho nascosto i colori.
Il foglio si stacca
sbianca
quei segni che solchi
quei due sgorbi di labbra
il naso
e stolti crateri
discese senz’acqua alla gola.
 
Che mostro che sei
se ci pensi
nell’inutile notte bucata.

(
Cristina De Biasio, "La luna nella notte" )

Il faut dire septembre dans les yeux

Il senso del dire settembre
negli occhi, l’errore cieco della pioggia
non ha bisogno di leggere
le linee che la grondaia insegue
a sistemare quei coppi sul tetto
esattamente spioventi d’una pupilla e mezza.
 
L’altra metà dello sguardo
raccoglie la goccia, nell’unico incavo
sorregge la volta e ne aspetta un’altra.

Due leggende metropolitane meravigliose

Libe Lula alla conquista della falsa foresta
 
Si nasce leggeri
nella piccola palude, mappe trasparenti
dell’acqua smeraldina
nell’equilibrio del nome che Libe Lula
non volle accettare
senza domande voluminose
 
chiese in volo
in giro per sentieri fitti e feroci
mentre cresceva il destino sulle spalle
obliquo, come raggi solari
nel fitto vortice di fauci fiammanti
 
non si può essere così belli
per pagare il pegno alla conquista
 
ombre giganti, braccia ciclopiche
tutto mosse il pianto del verde che forza
la vita e l’abbraccia poi nel buio.

La Ve spartana cede le armi
 
Le piaceva giocare nella tana del bosco
sacro, un gioco crudele
dentro le rughe del tempo inferiore:
costruirsi nei ritagli di bocca ( tra una guerra e l’altra )
un nome più grève, appuntito
sulla punta
della sua spada

 
per farne cosa, dopotutto la parola punge
quanto la coda della sconfitta.
 
Spegne il dolore, ora per ora, nel ventre
grasso della grazia.

( Le due foto le ho prese in prestito da MarioMiX – http://m.friendfeed-media.com/fdfdbd628bf9be4237e69b6de87631d9f7545edf ; http://m.friendfeed-media.com/cd2c710a153c2514a552691e6842ddcf5cb0a98e: grazie! )

The Pecorino Quartet sotto la notte a guardia

Chi va là, non avrai motivi in cambio:

 

contrabbasso rosso perpendicolare all’Orsa

( buon annata per l’uva e i moscerini pigri )

chitarra blu elettrico, poco più a lato

lamento incordato con stridule falene sorde

( ah le piogge d’autunno avviate e rimandate )

fisarmonica l’altro lato del mondo, balla dai tasti

come filari di glicine in bella mostra a Siviglia

( prematuro ogni volare a vanvera di vespe )

 

Susan è scalza

indossa scarpe scalze

Susan è nuda

indossa seta nera nuda

Susan è calva

ha capelli d’erica bionda calva

 

Susan canta e la voce ha motivi infiniti, di guardia alla notte

sotto la torre della rocca, invisibile

e dovreste poter vedere e sentire le stelle

da questa angolazione, sulla testa come scure

d’una medusa in festa.

 

Dimenticarsi parole d’ordine e di letto

rinascere note, spoglie di qualsiasi peso

per il gusto nella stagione concessa.

 

Chi va là, tanti tutti. Zitti.

 

 

( Dedicata a Behrens Suzannah Eliese e al The Pecorino Quartet, con affetto e con ammirazione )

 

Il venditore di braccialetti e campanelle tintinnanti

La scalinata del Terziere Castello
da sotto l’arco breve di un istante
tagliato al cielo
e l’erba a grappoli violenti – mezza polvere medievale
mezza polvere d’abitudine
rossa così grigia
fino all’arco a botte: guarda i piedi pensili
al cammino degli istanti in poi
 
assorti, la voce assorta passa dal sangue
al pensiero della curva sovrastante
e certo che le dirette al cuore
hanno un vicolo di saliscendi
 
ma dimmi, cosa ci fai qui seduto
davanti ai tuoi gioielli
allineati
distanziati belli, da polso quando ogni certezza
scivola via, la vita in giusta proporzione
dei vuoti
dei vuoti, tra una chiusura e l’altra
 
è il metodo che ci manca
ma strana la piccola vita, arrampicata
e tracciata di impossibili
tra le tue mani, metodiche e a posto ogni gioia.
 
Il cielo della bancarella
come un sogno andato, rincorso dal vento
tra le campanelle
tappezzato di note
calcate tra l’invisibile e il divisibile
sgomento.

Macchia l’acqua ( dovrebbe di grazia recidere ogni soluzione )

Le solite manfrine. Pagina numero 

e a capo

come il battesimo sulla fatica dell’ultima

goccia, in diluvio si posa e rimane

 

unica macchia, perdi tempo

 

il dolore non conosce libri, la stessa acqua

in principio così la fine.

E sono le cicatrici.

La ballata del divino gatto imbronciato

Da diversi giorni o giorni diversi
sospettavo l’incertezza del grano
 
ancora qui, incredulo
non mietuto
 
eh sì che gli uomini danno importanza
al pane e alla grandine
che cede ai gambi la paura del pane
 
resiste persino al poeta
che ospito, uno o una
diversi forse due
potrei anche contare i miei baffi
per accontentarvi e dire che sono molti di più
a persistere nella visione d’insieme
 
non matura mai da sola la spiga
le preoccupazioni ampliate
amplificate, potrei  giurarci e scommetterci
un occhio
due occhi
non ho normalità nelle sfere. Filosofo per il terzo occhio.
 
Intanto sta per chiudere il supermercato
sorvolo
e quando si decideranno a cogliere questa distesa
a capo chino, due anche quattro
avranno la pelle sgualcita di cassa.
 
Non voglio assolvervi. Penso alle mie zampe
infarinate di saggezza

Balsamo del Tolu’

Così
non avrei paura
 
una passeggiata
quando la luna inciampa
sulle nostre parole e la strada buia
trattiene il confine stordito, rumori
a volte oro bianco
a volte rubato nel pozzo di acquaioli
assonnati
o ai dipinti sui muri di Babilonia ( non li ricordo, no
come sagome all’erta
di statue
le ore, una meridiana a spalle larghe
sui giardini essenziali e la resina grezza
di un bacio )
 
di te forse il fruscio che sale da ovest
e piega i visi nella pianura dei sognanti.
 
Così senza paura, lo senti?

Sciabole e lente scoccate

Rallenta il tempo di striscio
ogni momento che passa il tempo raccolto
in un vaso di fiori
 
la strada ha i suoi cardi intatti
e ogni secondo insinua fermezze
ma è l'asprezza del gesto
innocuo
che scuote il cuore ingombrante.
 
Un affondo a lama
piatta
ritarda il sospiro.

( 19 giugno 2010 )